Alessandro W. Mavilio | Blog
Sapporo, JP - 13/10/2021 (17) Blog / Post / Original

Come il Giappone è causa del mio ritorno a Dio.

Anateismo insulare e pacifico

Alessandro Mavilio

La sensibilità sociale (e linguistica) giapponese si accomoda nel duo concettuale – e orizzontale - di “Uchi & Soto” (Dentro e Fuori / 内と外), in un certo senso di “Privato e Pubblico”.

Ciò avviene forse anche in altre culture, ma in quella giapponese tale suddivisione è facilmente apprezzabile nei comportamenti della vita quotidiana, nella argomentazione di qualunque concetto abbastanza mondano e si rappresenta, anche più in profondità, nella stessa struttura fondamentale della lingua.

Un simile e ampio duo concettuale – ma stavolta verticale, e ortogonale al precedente – è quello di “Kami & Shimo” (Superiore e Inferiore / 上と下).


La lingua giapponese si contraddistingue dalle altre per la massiccia presenza di “omofonie”, parole dalla pronuncia simile o identica ma dal significato spesso molto diverso. La disambiguazione dei concetti necessaria a significare e comunicare avviene però facilmente, generalmente grazie allo stesso contesto della comunicazione.


È però interessante notare, in tale contesto, come il termine “kami” (prima di trovare la propria comodità in una forma scritta) veicoli esclusivamente significati positivi, vantaggiosi o autorevoli, come per esempio:

direttore, gusto delizioso, fantastico, inclusivo, la carta(!), i capelli, e non in ultimo, Dio.

Tutti questi concetti sono accomunati dalla loro posizione “superiore” all’interno delle relative gerarchie di senso.


L’impostazione monoteistica degli Occidentali è evidentemente una semplificazione idealistica, forse per di fatto allontanare la presenza fisica di Dio dai fenomeni della vita quotidiana e relegarla in una posizione di diminuita potenza; oppure di potenza, si badi bene, ultra-terrena; nel senso che – se fosse il caso - l’incontro reale e fisico con Dio sarebbe meglio rimandarlo a dopo la nostra morte, su un piano diverso da quello attuale. Il fatto che in Occidente Dio sia immaginato - e spesso rappresentato - in maniera antropomorfa è poi a dir poco infantile.

Pur con tutte le semplificazioni che questo testo esige, posso ricordare a chi mi legge che in Giappone resistono lo Scintoismo (religione definibile di Stato), il Buddhismo e il Cristianesimo (religioni molto diffuse ma importate) e una pletora di altre religioni, sette e culti tanto radicati da lasciare sorpresi. Insomma, il Giappone si può dire “pluri-religioso e politeista” e lo stesso si può dire del giapponese, che spesso si concede a più culti, in sequenza o anche contemporaneamente.

Il salto da una religione all’altra avviene infatti frequentemente e con inaspettata superficialità. Esso può essere prevedibile (secondo l’analisi di criteri sociologici), può essere imprevedibile (dovuto alle vicissitudini uniche di un individuo), o può dar luogo a uno stazionamento promiscuo (sia all’interno di una ecologia religiosa individuale che familiare). Questo salto tra religioni può ricordare il salto contrattuale che molti di noi fanno balzando da un operatore telefonico a un altro. Si cambia operatore per avvicinarsi a un partner, per stanchezza, per risparmiare, per tagliare col passato, per accogliere un nuovo futuro, per status, oppure si decide di munirsi di diversi dispositivi (religiosi) anche solo per godere di maggior… ampiezza d’azione. Se le cittadinanze fossero prodotti liberamente acquistabili, un simile paragone potrebbe essere fatto con i passaporti.


Il Giappone è riuscito negli anni a farmi fare pace con il concetto di “Dio”, di divinità, di nume (tutelare), ecc.

Non solo non vi è alcun tabù sul discorso di Dio (anzi è forse esso un vero e puro totem?) ma nonostante questa tendenza allo “scambismo” in Giappone resiste un inaspettato rispetto per “Dio”. Mai paura, ma rispetto sì. Forse proprio perché è tale la multi-sfaccettatura del concetto e del termine che non si può mai sapere con sicurezza cosa significhi davvero per il nostro interlocutore, né in banali termini immaginifici che di profonda fede, e dunque conviene mantenere un rispettoso contegno quando si tocca l’argomento.


Mi è sembrato di notare che il termine “kami-sama” (Onorevole Divinità) venga normalmente usato per definire un’entità superiore, plurale e imprendibile.

Un banale detto quotidiano che è l’equivalente italiano de “il cliente ha sempre ragione” in giapponese è “O-kyaku-sama / Kami-sama”. Cioè, “il cliente è Dio”. Ma io renderei questo detto al plurale: “I clienti sono divinità”.

Sì, in una lingua che non si prende la briga di definire genere e numero, molti concetti e termini di un discorso restano ambigui. Ma se è vero, come dicono i Giapponesi, che c’è un Dio nel lavandino, uno in gabinetto, molti al Santuario giù alla strada, moltissimi che vengono a fare la spesa al Grande Magazzino, uno che occupa il Palazzo imperiale di Tokyo, un altro che è il nume tutelare della Cultura, ecc, ecc, allora possiamo affermare che, sia per numero che per luogo di occupazione, vi siano incalcolabili divinità, forse anche più di quanti siano i luoghi fisici da essi occupati o a essi consacrati.

Cos’hanno in comune queste Divinità? Beh, senza dubbio il fatto di essere tante, “superiori” e soprattutto invisibili a occhio nudo, ma tanto presenti e “reali” da indurci a modificare i nostri comportamenti sia in UCHI che SOTO, sia nell’intimità che nella società. Lasci il bagno sporco? Fai uno sgarbo al Dio del bagno. Sei rude con un cliente? Stessa cosa, potresti pagarne amare conseguenze. In ogni caso, le diramazioni delle nostre azioni eventualmente irrispettose possono danneggiare ciò che a tutti gli effetti in Giappone sembra essere un’ecologia condivisa, più che una fedina penale e personale, come in Occidente.

Dalla mia osservazione diretta sembra che sopra la testa di ogni essere umano in Giappone vi sia, in un impossibile equilibrio, una colonna pressoché infinita di divinità invisibili, alcune delle quali possono essere riconosciute come le stesse entità care alla scienza. Statistica, chimica, biologia, sono di fatto “Kami-sama”, cioè onorevoli e onorate entità superiori. Anche esse operano pluralmente e soprattutto invisibilmente, e cagionano evidenti danni (o vantaggi) all’essere terrestre che sia più o meno cosciente della loro intromissione al fenomeno - irrisolto e incompreso - della vita e della coscienza.

Similmente, è facilmente assimilabile al concetto di Dio, cioè di “onorevole entità superiore” anche lo stesso semplice concetto di religione. Lo Scintoismo, per citare la fede più ufficialmente vicina al sentire giapponese, e più indicata a comprendere i fattori fin qui esposti, non è forse (con le altre) un network di miti, luoghi, inservienti, riti ciclici che (proprio come chimica e biologia) intersecano le vicissitudini umane?


A questo riguardo, concludo con una storiella familiare realmente accadutami.

Mi è stato chiesto in famiglia di andare in banca e farmi cambiare 8.000 yen in banconote perfettamente nuove da 1.000 yen ciascuna. Ho chiesto il motivo di questa esigenza. Il motivo è che occorre fare un’offerta al Santuario di Hokkaido per una certa cerimonia. Così, per provocare, ho chiesto se non potessero andar bene lo stesso banconote qualunque, casualmente assortite, del resto i soldi sono soldi. La risposta è stata semplicemente:

“Dobbiamo dare 8.000 yen a Dio, è meglio che siano belle nuove, no?”

Ora, a quale Dio nella colonna sopra la nostra testa ci si riferiva? Al “direttore” del Santuario? Al suo sottoposto (ma a noi “superiore”) che dovesse fisicamente incamerare la busta col denaro? Al santuario? Alla divinità precisamente consacrata in quel santuario? Al principio religioso scintoista? Se è per ingraziarsi buona salute e fortuna, non sono forse anche statistica, biologia e chimica delle dimensioni tanto potenti e diffuse da poter essere inserite in questa stessa autorevole colonna divina? Al top del top – finanche incomunicabile – che è sopra tutta la catena?

Oh, sì, Dio esiste tanto.


 Photo by Egor Myznik




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